Era un giorno di lavoro come tutti gli altri, venerdì 21 Settembre 1990, per il Giudice Rosario Angelo Livatino in servizio presso il Tribunale di Agrigento che allora aveva sede in Via Atenea. Come ogni mattina, dalla sua Canicattì il Magistrato a bordo della Ford Fiesta rossa si stava recando al lavoro, senza nessun mezzo di scorta ma con al seguito l’ombra assassina della criminalità organizzata che nei pressi del viadotto Gasena in territorio di Agrigento ha vendicato i torti che quel giovane magistrato di soli 38 anni gli aveva fatto.La sua colpa? Aver indirizzato la lente di ingrandimento delle sue indagini sugli intrecci mafia–politica.
Cose, forse troppo grandi per quel magistrato modello, laureatosi a 23 anni in Giurisprudenza con il massimo dei voti.
Alle ore 08:20 degli spari ruppero il silenzio del primo giorno di autunno.
Livatino provò a scappare dalla mano assassina dei killer assoldati dalla Stidda, ma la sua corsa si interruppe nella scarpata che costeggia la strada.
Un rappresentante di Bergamo, Pietro Nava notò la scena ed avvisò la Polizia. Grazie alla sua testimonianza, per l’omicidio del “Giudice Ragazzino”, così soprannominato dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, sono state inflitte 10 condanne di cui 8 ergastoli. Papa Giovanni Paolo II lo chiamò “ martire della giustizia e, indirettamente, anche della fede”. Quella fede in Dio che ha accompagnato il magistrato canicattinese durante la sua vita e che dal 2011 ha indotto la Chiesa Agrigentina ad avviare il processo diocesano di canonizzazione del Giudice.
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