20 giorni dopo l’intervista rilasciata al TG5, e precisamente alle ore 16:58 di domenica 19 Luglio 1992, un boato ruppe il silenzio della Città di Palermo. A poco meno di due mesi dalla Strage di Capaci, il pensiero dei palermitani andò subito all’altro grande magistrato antimafia, Paolo Borsellino.
Una grossa colonna di fumo nero si innalzò al cielo, incessante il rumore delle sirene. Una voce cominciò a girare in Città: c’è stato un attentato al Giudice Borsellino in Via D’Amelio. E purtroppo la voce del popolo non si sbagliava, il cerchio criminale di Cosa Nostra avverso lo Stato, era stato chiuso con l’uccisione dell’uomo che insieme all’amico Giovanni Falcone nella lotta alla mafia si erano spinti talmente oltre da dover pagare con la vita.
100 kg di tritolo posizionati all’interno di una Fiat 126 parcheggiata nella strada dove abitava la Madre Borsellino.
Nello scoppio persero la vita anche, gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi , la prima donna a compiere il servizio di vigilanza sui magistrati, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonio Vullo.
24 invece le persone rimaste ferite a seguito dell’esplosione.
Diversi sono i misteri che gravitano attorno all’attentato di Via D’Amelio, tra questi basta ricordare la sparizione della famosa agenda rossa che il Giudice Paolo Borsellino portava sempre con sé e sulla quale annotava tutti i suoi appuntamenti.
La notizia della morte di Borsellino come quella di Falcone, non arrestò la pressione dello Stato nei confronti della Mafia, anzi smosse gli animi dei Siciliani che da allora mossero i primi passi manifestando la propria battaglia in favore della giustizia e della legalità.
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