Un condannato nell’ambito dell’operazione “fratellanza”, svoltasi a Favara nel 2000 e che vide coinvolte 34 persone, non dovrà pagare le spese processuali e di mantenimento in carcere. La decisione è arrivata a seguito di una nuova udienza celebrata venerdì scorso.
Il Magistrato di Sorveglianza ha accolto le tesi difensive degli avvocati dell’interessato che hanno ribadito i principi secondo cui la remissione del debito deve essere concessa a chi, durante la detenzione carceraria, abbia tenuto una buona condotta e nei confronti di chi, nonostante sia in possesso di uno stipendio, possa subire pregiudizio al suo reinserimento sociale a cagione del pagamento di una somma così elevata.
L’uomo, L.V. di 51 anni, difeso dagli avvocati Giuseppe Limblici e Gerlando Vella, avrebbe dovuto pagare, a seguito della sentenza di condanna della Corte d’Appello di Palermo del 2005, la somma di poco più di 561.200 euro, gravante in solido con gli altri 13 coimputati.
Circa 2 anni fa, il favarese aveva già chiesto la remissione del debito, richiesta che venne però negata dal Magistrato di Sorveglianza di Agrigento. Dopo un complesso iter giudiziario che ha registrato anche una pronuncia della Suprema Corte della Cassazione, per l’uomo che, dopo la disavventura giudiziaria e la detenzione in carcere, ha intrapreso un positivo cammino di reinserimento sociale e di legalità, è arrivata la remissione del debito. A parere dei legali dell’uomo, la decisione conferma pienamente il principio rieducativo della pena costituzionalmente sancito.
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