Si chiude con 25 condanne e un’assoluzione eccellente il maxi processo con rito abbreviato scaturito dall’operazione antimafia del Comando provinciale dei Carabinieri di Agrigento. Il giudizio, nato dalle indagini scattate in tre distinte fasi tra dicembre 2024 e luglio 2025, ha inflitto pene pesantissime ai clan mafiosi di Agrigento/Villaseta e Porto Empedocle. Le accuse contestate a vario titolo spaziano dall’associazione di tipo mafioso al traffico di droga, fino a rapine, estorsioni e danneggiamenti. Il giudice Lorenzo Chiaramonte ha inflitto la pena più severa, pari a 20 anni di reclusione a Pietro Capraro, indicato dagli inquirenti come il capo del clan di Villaseta, confermando la richiesta della Procura.
Condannato a 17 anni di carcere Fabrizio Messina, fratello del boss Gerlandino e ritenuto il reggente della cosca di Porto Empedocle (per lui l’accusa aveva chiesto 20 anni). Proprio Messina, poco prima che il giudice si ritirasse in camera di consiglio, ha rilasciato pesanti dichiarazioni spontanee di rottura con il passato: “Mi dissocio dalla mafia, non mi appartiene più. O forse non mi è mai appartenuta. Non voglio parlare del mio passato, ma del mio presente, del mio futuro e dell’amore immenso che provo per la mia famiglia e per me stesso”.
L’unico imputato a uscire completamente scagionato dal processo è Salvatore Prestia, cognato di Fabrizio Messina, per il quale i pubblici ministeri avevano chiesto una condanna a cinque anni e quattro mesi: il giudice lo ha assolto da ogni accusa.
Questo il dettaglio di tutte le altre condanne: 17 anni e 4 mesi per Gaetano Licata; 15 anni e 8 mesi per Vincenzo Parla; 11 anni e 8 mesi per Rocco Grillo; 11 anni, 6 mesi e 20 giorni per Cosimo Ferro; 9 anni e 6 mesi per Giuseppe Pasqualino; 9 anni e 4 mesi per Fabrizio Messina Denaro; 9 anni al favarese Domenico Blando; 8 anni e 8 mesi per Francesco Firenze; 8 anni per Giuseppe Focarino; 5 anni e 8 mesi ciascuno per Mirko Salvatore Rapisarda e Carmelo Fallea; 5 anni e 4 mesi per Alfonso Lauricella; 4 anni e 8 mesi per Giuseppe Piscopo; 4 anni e 4 mesi ciascuno per Stefano Rinallo e Gioacchino Giorgio.
Ed ancora: 4 anni e 2 mesi per Samuel Pio Donzì; 4 anni ciascuno per Roberto Parla e Rosario Smorta; 3 anni per Calogero Prinzivalli; 2 anni, 9 mesi e 10 giorni per James Burgio; 2 anni e 8 mesi pere Antonio Salinitro; 6 anni e 4 mesi per Alessandro Mandracchia.
L’inchiesta, coordinata dai magistrati della Dda di Palermo Claudio Camilleri, Giorgia Righi e Luisa Bettiol, ha dimostrato come Cosa Nostra agrigentina resti pienamente operativa, armata e con grandi risorse economiche. Pochi giorni dopo il primo blitz, i Carabinieri avevano sequestrato alla cosca di Villaseta un arsenale composto da pistole, una granata e un fucile mitragliatrice. L’indagine ha svelato i pericolosi canali di comunicazione tra i boss detenuti e l’esterno, smantellando un vasto traffico di cocaina e stroncando una violenta guerra interna fatta di attentati e intimidazioni per il controllo delle piazze di spaccio.
Il giudice ha inoltre disposto risarcimenti per le parti civili, tra cui il Centro studi “Pio La Torre” e l’associazione “Antonino Caponnetto”, la confisca di armi e munizioni e l’applicazione di misure di sicurezza per alcuni condannati. Il termine per il deposito delle motivazioni è fissato in 90 giorni.
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