«L’odio è un carcere senza sbarre. Sono riuscito a uscirne attraverso la preghiera». È un messaggio dirompente, che scardina le logiche della vendetta e del rancore, quello pronunciato a Busto Arsizio da Salvatore Insenga, cugino del giudice Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990. In un evento carico di una tensione emotiva straordinaria, Insenga ha incrociato gli sguardi e teso la mano a Salvatore Calafato e Paolo Amico, i due ergastolani palmesi condannati per l’omicidio del magistrato. Un ‘faccia a faccia’ nato e cresciuto nell’alveo della giustizia riparativa che, come ha tenuto a precisare lo stesso Insenga, «più che giustizia riparativa, dovrebbe chiamarsi giustizia pacificatrice».
Di fronte al cugino dell’uomo a cui tolsero la vita trentasei anni fa, i due detenuti hanno mostrato i segni di una profonda e radicale metamorfosi interiore. Salvatore Calafato ha ripercorso i passi di un cammino tormentato, iniziato proprio guardando alle conseguenze della propria ferocia: «Non conoscevo Livatino. Vedendo lo strazio dei genitori, la coscienza sporca che avevo mi ha portato sin qui. Dal seme di Livatino è nata la mia conversione». Una presa di coscienza totale, priva di alibi: «Ho tolto la vita a un uomo dello Stato, ho offeso la magistratura e ho provocato dolore alle famiglie. Tutto ciò che ho fatto è stato sbagliato».
Accanto a lui, Paolo Amico ha confessato il peso di un rimorso soffocato per troppo tempo dai vincoli culturali di Cosa Nostra. Ha ricordato di aver desiderato chiedere perdono già molti anni fa, dopo aver ascoltato le parole strazianti dei genitori del magistrato, senza però riuscirci a causa del condizionamento della mentalità mafiosa e omertosa dell’epoca. Oggi, per Amico, quel giudice che un tempo era stato designato come un “nemico” da eliminare è diventato un faro: «Nessuna persona è perduta per sempre», ha affermato, ringraziando Insenga e rinnovandogli, con gli occhi lucidi, la richiesta di perdono.
Salvatore Insenga non ha nascosto le ferite del passato. Ha raccontato al pubblico e ai due uomini seduti di fronte a lui il dolore lacerante e la rabbia cieca vissuti quando, a soli vent’anni, assistette al massacro del cugino. Da quel baratro è iniziato un lunghissimo cammino, sostenuto e guidato dalla fede cristiana, che lo ha condotto fino a Busto Arsizio: «Il perdono ha liberato me e spero che possa liberare anche voi», ha detto rivolgendosi direttamente a Calafato e Amico, lanciando poi una proposta dal profondo valore simbolico: un futuro incontro di preghiera nella chiesa di Santa Chiara, a Canicattì, la terra di Livatino. «Un colpo di pistola non può essere l’ultima parola», ha concluso.
La storica giornata è stata aperta dalle parole di don David Maria Riboldi, cappellano del carcere di Busto Arsizio, che ha fortemente creduto nel valore di questo percorso di riconciliazione. All’incontro ha preso parte anche l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, il quale ha voluto suggellare l’evento rimarcando un principio cardine: «C’è sempre per tutti la possibilità di cambiare». Monsignor Delpini ha infine ricordato la figura del giudice beato Rosario Livatino, indicandolo come un modello intramontabile per l’intera magistratura e un esempio luminoso di come una professione così complessa possa essere vissuta, fino all’estremo sacrificio, alla luce della fede.
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