Ad un anno dalla tragedia che ha sconvolto l’intera comunità di Favara, il dolore per la morte di Marianna Bello è ancora una ferita aperta, accompagnata da un pressante e finora insoddisfatto bisogno di giustizia. La mattina dell’1 ottobre 2025, una micidiale bomba d’acqua ha flagellato l’Agrigentino, trasformando le strade del centro cittadino favarese in fiumi di fango in piena.
In pochi istanti, la trentottenne casalinga favarese, madre di tre figli, è stata inghiottita da un flusso d’acqua in piazza della Libertà. Il suo corpo senza vita è stato ritrovato soltanto 19 giorni dopo, il 19 ottobre, in mezzo a un fitto canneto lungo un torrente tra Cannatello e Zingarello, in contrada Misita, nei pressi della foce del fiume Naro.
Oggi, a distanza di dodici mesi, l’inchiesta aperta dalla Procura di Agrigento e condotta sul campo dai carabinieri prosegue per l’ipotesi di reato di omicidio colposo, ma il fascicolo resta ancora a carico di ignoti. Il dramma e i 19 giorni di ricerche senza sosta. La cronaca di quella drammatica mattina racconta di una bomba d’acqua improvvisa che ha sorpreso Marianna Bello mentre si trovava in piazza della Libertà, nel quartiere noto come “Conzu”. La furia della corrente l’ha risucchiata direttamente all’interno del sistema di convogliamento sotterraneo delle acque piovane. Da quel momento è scattato una mobilitazione imponente. Per quasi tre settimane, centinaia di operatori tra vigili del fuoco, carabinieri, poliziotti, uomini della protezione civile e volontari hanno battuto ogni palmo del territorio.
Un percorso lungo e impervio di diversi chilometri, che si snoda dal centro urbano di Favara attraverso il Vallone Cicchiddu fino ad arrivare al mare di Agrigento, seguendo il tragitto naturale delle acque verso la foce del fiume Naro. Le speranze si sono spente definitivamente la mattina di domenica 19 ottobre, quando un gruppo di cacciatori ha individuato il corpo tra la vegetazione di contrada Misita, poi identificato ufficialmente dai familiari grazie ai tatuaggi.
I nodi dell’inchiesta: allerta meteo e tombini senza griglie. L’attività investigativa, coordinata dai magistrati della Procura della Repubblica di Agrigento, sta tentando di fare piena luce sulle cause strutturali e organizzative che hanno innescato l’evento fatale.
Due sono i pilastri su cui si concentra l’attenzione degli inquirenti:
1. Il livello di allerta meteo: Sotto la lente c’è il sistema di comunicazione e prevenzione della Protezione civile regionale per la giornata dell’1 ottobre 2025. L’inchiesta punta a verificare se il grado di allerta diramato fosse congruo rispetto alla reale entità del nubifragio che si è poi abbattuto sulla zona.
2. Lo stato di manutenzione delle infrastrutture urbane: L’attenzione si focalizza principalmente sullo stato di abbandono del collettore delle acque piovane di piazza della Libertà. Al momento del disastro, infatti, la struttura presentava gravi carenze sul piano della sicurezza.
L’atto d’accusa dei familiari: «Marianna si poteva salvare». I familiari della vittima, assistiti dal proprio legale, hanno chiesto con forza che vengano accertate le responsabilità e puntano esplicitamente il dito contro il Comune di Favara. Secondo la ricostruzione di parte, vi sarebbero gravi omissioni legate alla custodia, alla gestione e alla manutenzione ordinaria e straordinaria del convogliatore idraulico.
«Tale infrastruttura è infatti di competenza e sotto la custodia del Comune», ha precisato l’avvocato che assiste i familiari della donna nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta duranti i drammatici giorni di ricerca della donna. «Presentava i segni evidenti di degrado. La mancanza delle griglie di due “bocche” su cinque del convogliatore costituisce un elemento decisivo nell’innesco e nell’aggravamento degli effetti devastanti dell’evento. Se fossero state chiuse tutte le bocche del convogliatore, come lo sono tutt’oggi, bloccate dai loro chiavistelli, Marianna sarebbe ancora viva».
Secondo la tesi dei parenti, l’omissione di controlli preventivi e la mancata adozione di cautele essenziali per la tutela della pubblica incolumità avrebbero contribuito in modo diretto, e ampiamente prevedibile, alla morte della trentottenne. Una tesi che ora spetta alla magistratura vagliare per stabilire se quella tragedia possa essere catalogata come una tragica fatalità o se, al contrario, sia l’ennesimo drammatico caso di malavita infrastrutturale e imperizia amministrativa. Ad un anno esatto da quel fango, Favara non dimentica Marianna e attende risposte.
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