Tratta di persone, sequestro di persona, violenza sessuale, omicidio aggravato e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. È sospettato di far parte di un’associazione per delinquere di carattere transnazionale dedita a commettere reati contro la persona.
Stiamo parlando di Deji Gift, inteso Sofi, il 21enne nigeriano fermato lo scorso venerdì dalla Polizia di Stato. Il giovane è stato individuato presso il centro di accoglienza per richiedenti asilo ”Sant’Anna” di Isola di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone e condotto presso il carcere di Catanzaro.
A eseguire il fermo, emesso dalla Procura della Repubblica della DDA di Palermo, le Squadre Mobili di Agrigento e Crotone, coordinate dal Servizio Centrale Operativo di Roma.
Secondo gli inquirenti il nigeriano è uno degli aguzzini che hanno perpetrato torture e sevizie in Libia, all’interno della safehouse di ”Alì il Libico”. Lì i migranti, nell’attesa di compiere la traversata via mare verso le coste italiane, venivano privati della libertà personale e torturati al fine di estorcere loro denaro. Il 21enne, dapprima migrante, si sarebbe offerto di unirsi al gruppo dei torturatori per potere poi intraprendere gratuitamente il viaggio verso l’Italia.
Questo fermo è riconducibile ad altre due vicende legate al ”Ghetto di Alì il Libico”, anch’esse sotto la lente d’ingrandimento dell’attività investigativa della Squadra Mobile di Agrigento guidata da Giovanni Minardi. Gli agenti lo scorso marzo avevano individuato e fermato, sempre su disposizione della DDA di Palermo, Sam Eric Ackom. Il ghanese è stato il primo soggetto segnalato dalle stesse vittime delle sue torture, rischiando anche il linciaggio, quale responsabile di gravissimi atti di violenza.
Lo scorso giugno poi fu la volta di John Ogais, detto ”Rambo”, 25enne nigeriano, anch’esso catturato dalla Squadra Mobile di Agrigento, unitamente a quella di Crotone, accusato di essere uno degli aguzzini e complici di Ackom.
Queste le testimonianze rese da alcuni migranti vittime delle torture: ”John Ogais, detto Rambo, si avvaleva della collaborazione di un altro mio connazionale chiamato con il nome di Sofi, attualmente ospite presso il centro di accoglienza di Capo Rizzuto. Quest’ultimo, in cambio di ottenere il viaggio gratuito verso l’Italia, si prestava più volte a torturare i migranti presenti all’interno del ghetto. Le violenze perpetrate dal Sofi consistevano nel colpire in diverse parti del corpo i migranti tenuti in ostaggio, con molta violenza, mediante l’utilizzo di una cintura in cuoio e tubi di gomma. Oltre a questi oggetti, ho visto più volte Sofi utilizzare sui prigionieri due cavi elettrici collegati alla corrente elettrica come strumento di tortura”.
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