Per la prima volta nella storia, ad Agrigento, la festa della polizia di Stato si è tenuta al Palacongressi di Villaggio Mosè. Il questore Tommaso Palumbo, prima dell’inizio della cerimonia per il 172esimo anniversario della fondazione della polizia, accompagnato dal prefetto Filippo Romano, ha passato in rassegna i reparti schierati nel piazzale. Dopo la lettura dei messaggi del Presidente della Repubblica, del Ministro dell’Interno e del Capo della Polizia, ha preso la parola il responsabile della Questura di Agrigento, che ha tracciato un consuntivo dell’ultimo anno con gli innumerevoli risultati conseguiti da donne e uomini della polizia di Stato, in città e in provincia.
“Si dice spesso che la polizia di Stato produca uno specifico prodotto immateriale che è la sicurezza – ha spiegato il questore Palumbo -. Un prodotto richiesto da tutti, che muta a seconda del contesto territoriale e temporale. Contesto che la polizia è chiamata a interpretare per implementare strategie e tattiche operative e organizzative finalizzate alla realizzazione di quel prodotto a beneficio dei cittadini: la sicurezza. Ma la sicurezza non è un prodotto. La sicurezza è un processo. Un processo che deve necessariamente permeare tutti gli ambiti in cui il vivere civile si declina. Un processo in cui tutti siamo chiamati a sentirci coinvolti: cittadini e istituzioni, facendo coincidere la cultura della sicurezza con la cultura della legalità”.
“Considerare la sicurezza pubblica come un processo vuol dire che essa non può essere ottenuta attraverso un singolo intervento o una misura isolata, ma richiede un approccio olistico che consideri molteplici fattori – continua il responsabile della Questura di Agrigento -. E la prevenzione del crimine, da parte della polizia, è solo uno di questi. Ma tra i tanti fattori, la costruzione di relazioni virtuose tra noi e le comunità è sicuramente il più importante. E in questo, la sinergia con tutti i sindaci della provincia è essenziale. Sinergia di cui sono testimone e che, nel mio pur breve periodo di permanenza dal mio insediamento, vedo crescere ogni giorno e di cui sono grato”.
“Contrastare la mafia e, in genere, tutti i fenomeni criminosi non può e non deve essere considerato come un’esclusiva azione, un prodotto, della polizia e della altre forze nel reprimere singole fattispecie criminali – ha aggiunto Palumbo -. Lo stesso vale per i cosiddetti reati dei ‘colletti bianchi’, per la droga, per gli odiosi fenomeni criminosi che aggrediscono le fasce deboli: le donne e i minori. E allo stesso modo per i reati ambientali che offendono il meraviglioso territorio della nostra provincia. Ci avviciniamo ad un periodo di estrema importanza per questa terra: Agrigento capitale italiana della cultura 2025. Facciamo in modo che la cultura della sicurezza e la cultura della legalità permeino tutti i processi che porteranno all’organizzazione degli eventi. Decliniamo quindi Agrigento capitale italiana della cultura a 360 gradi”.
E’ stato il momento più commovente della festa. Diby Koffi Joel Cannizzaro, un giovanissimo ivoriano che è stato, di fatto, adottato dalla famiglia del poliziotto Gianluca Cannizzaro di Licata. E Joel dal palco del Palacongressi, si è visto consegnare la cittadinanza italiana dal prefetto Romano e dal questore Palumbo. Un momento di emigrazione, accoglienza e integrazione. Accanto a Joel, la mamma, il papà, il fratello e la sorella. Perché la famiglia Cannizzaro aveva già due figli quando è arrivato Joel in casa. “Noi siamo la sua famiglia italiana” ha raccontato la mamma. Il ragazzo è partito dalla Costa d’Avorio nel lontano 2008. C’era la guerra e la madre decise di farlo andar via per trovare un posto sicuro.
“La prima parte del viaggio fino in Libia, è durato più di 6 mesi – ha raccontato il giovane -. Avevo 12-13 anni e ho iniziato a lavorare per trovare i soldi e pagarmi il viaggio. È quindi è iniziata la seconda parte del mio viaggio. Tre giorni in mare senza mangiare e senza bere. L’ultimo giorno della traversata, il nostro gommone si è bucato. Sull’imbarcazione, pensavo: ‘Se muoio qua, mia madre non lo saprà, non capirà mai come sono morto’. Fortunatamente, l’indomani giunti in acque italiane la guardia costiera ci ha soccorso”. S
“Sono sbarcato a Lampedusa, poi sono andato a Palma di Montechiaro dove ho chiesto di poter andare a scuola e mi hanno trasferito a Licata – ha continuato Joel -. Ho fatto lo scout e mi hanno iscritto a scuola calcio. Ed è lì che ho conosciuto mio fratello Domenico. Ho fatto subito amicizia con lui. Quelli che sono diventati i miei genitori mi hanno portato la torta per il mio 15esimo compleanno. Poi i Cannizzaro hanno deciso di avermi a casa tutti i giorni. Per me è stata una gioia. Per loro non lo so perché gli ho portato tanti guai. Non saprò mai come ringraziarli perché hanno fatto un gesto fuori dal normale”.
Rimani aggiornato con le nostre notizie grazie a WhatsApp oppure Leggi qui altre notizie



