Una scarpa lasciata in un’area rurale, la cui impronta è risultata compatibile con quella repertata dai carabinieri del RIS sulla scena del crimine, sarebbe stata la chiave di svolta nelle indagini sull’omicidio dell’artigiano di Cattolica Eraclea Giuseppe Miceli.
I carabinieri del Comando Provinciale di Agrigento, coordinati dalla locale Procura della Repubblica, pm Silvia Baldi, hanno eseguito alle prime luci dell’alba un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal GIP del Tribunale di Agrigento, Stefano Zammuto, nei confronti dell’operaio 53enne di Cattolica Eraclea Gaetano Sciortino, ritenuto responsabile del brutale omicidio.
Il tutto è stato reso noto stamattina durante una conferenza stampa al Comando Provinciale dell’Arma, alla presenza del col. Rodrigo Micucci, comandante del Reparto Operativo dei Carabinieri, e Giuseppe Scotto Di Tella, comandante del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia dei Carabinieri di Agrigento.
Le indagini, durate quasi due anni, oltre a basarsi su preziose immagini di telecamere di videosorveglianza, hanno visto la svolta quando l’indagato 53enne si è recato in un’area rurale dove poi i carabinieri trovarono una scarpa, la cui impronta risultava combaciare perfettamente con quella repertata dai carabinieri del RIS sulla scena del crimine.
Durante poi l’analisi meticolosa di filmati realizzati da alcune telecamere esistenti nelle adiacenze del luogo del delitto, è stato possibile concentrare l’attenzione su una vettura, una Fiat Punto di colore nero, guidata proprio da Sciortino. Il 53enne avrebbe pedinato il compaesano con soste prolungate agli angoli delle strade da dove era possibile osservare i movimenti dell’artigiano. La mattina del 6 dicembre del 2015 Sciortino pedinò per circa tre ore la vittima.
L’arrestato, spiega il col. Micucci, è stato inoltre monitorato mentre si recava nelle vicinanze del laboratorio della vittima, per poi tornare con una valigetta rinvenuta successivamente bruciata in aperta campagna poco distante da alcune punte di trapano risultanti essere di proprietà di Miceli, quest’ultime distrutte e disperse dai figli di Sciortino.
Che si sarebbe arrivati quanto prima a chiudere il cerchio era nell’aria. 9 mesi dopo l’omicidio infatti, avvenuto il 6 dicembre 2015, i RIS ritornarono in via Crispi, dove l’artigiano aveva un laboratorio di marmi.
A scoprire l’indomani mattina il cadavere dell’uomo, che si presentava con il volto completamente tumefatto, il fratello maggiore. Il 67enne venne ucciso con colpi di oggetti contundenti alla testa e al torace. Sul posto gli inquirenti trovarono e sequestrarono gli oggetti utilizzati per compiere il delitto, ovvero: due motorini per autoclave, un piatto di marmo e un booster.
Resta ancora da capire il movente del delitto; nella fase iniziale dell’attività investigativa si pensava a una rapina conclusasi nel peggiore dei modi, ma nulla è stato accertato in maniera chiara. Al momento non ci sono altri indagati.
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