Restano sotto sequestro i computer, i dispositivi informatici e i documenti prelevati dalla Guardia di Finanza nei centri benessere di un’imprenditrice di 55 anni operante in provincia di Agrigento. La Corte di Cassazione ha infatti respinto il ricorso presentato dalla difesa della donna, confermando la piena legittimità del decreto di perquisizione e sequestro probatorio emesso dalla Procura della Repubblica nel quadro di un’inchiesta per truffa aggravata finalizzata all’ottenimento di finanziamenti pubblici non dovuti.
La vicenda giudiziaria affonda le radici in un’articolata indagine delle Fiamme Gialle su presunte frodi commesse da centri medici e strutture convenzionate per l’erogazione di prestazioni specialistiche. Ricevuta la prima informativa di reato, il pubblico ministero ha progressivamente esteso le verifiche, allargando l’attività investigativa a cascata su due diversi centri benessere e strutture aziendali riconducibili all’indagata.
La linea rigorosa degli inquirenti aveva già incassato il verdetto favorevole del Tribunale del Riesame di Agrigento il 2 luglio 2026, che aveva rigettato l’istanza di dissequestro. Adesso è arrivato il definitivo avallo della Suprema Corte. Secondo gli ermellini, la richiesta formale del PM all’Asp di Agrigento per ottenere la documentazione di entrambe le strutture dimostra in modo inequivocabile il nesso di pertinenza tra i reati ipotizzati e il materiale cartaceo e informatico prelevato, giustificando la prosecuzione del blocco probatorio.
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