Il giudice Rosario Angelo Livatino, primo magistrato beato nella storia della Chiesa cattolica, è stato ucciso dalla Stidda il 21 settembre 1990.
Questa mattina tradizionale momento di commemorazione in contrada Gasena per il trentaseiesimo anniversario dell’omicidio del magistrato canicattinese. Prefetto, colleghi della Procura, giudici, vertici delle forze dell’ordine, autorità civili e militari lo hanno ricordato sul luogo del delitto.
La giornata della memoria dedicata al magistrato canicattinese era iniziata in mattinata con la celebrazione eucaristica nella chiesa di Santa Chiara. Successivamente il corteo delle autorità, percorrendo lo stesso tratto di strada che il giudice Livatino a bordo della sua Ford Fiesta faceva giornalmente per raggiungere il tribunale di Agrigento, si è spostato alla stele commemorativa lungo la Statale 640 dove è stata posta una corona di alloro.
Era il 21 settembre 1990 quando Rosario Livatino uscì dalla sua casa di Canicattì per raggiungere, come ogni mattina, il Tribunale di Agrigento. Non aveva una scorta. Viaggiava da solo sulla sua Ford Fiesta lungo la Statale 640 quando entrò in azione il commando mafioso incaricato di ucciderlo. La sua auto venne speronata, Livatino tentò disperatamente di fuggire a piedi, ma fu inseguito e assassinato. Aveva appena 37 anni e pochi giorni dopo ne avrebbe compiuti 38. Oggi, 21 settembre 2026, a 36 anni da quell’omicidio, la memoria del magistrato canicattinese è tornata al centro delle commemorazioni e delle iniziative dedicate alla legalità.
A Canicattì il programma della “Settimana della legalità giudici Livatino e Saetta” ha previsto l’omaggio floreale alla cappella della famiglia Livatino-Corbo, la celebrazione nella chiesa di San Domenico e l’omaggio alla stele posta sul vecchio tracciato della Statale 640, nel luogo che continua a rappresentare uno dei simboli più dolorosi della storia recente dell’Agrigentino.
Invece in Questura alla presenza del prefetto Salvatore Caccamo e del questore Tommaso Palumbo, delle massime autorità civili, militari e religiose e dei rappresentanti delle istituzioni é avvenuto il ricordo del “Giudice Ragazzino” che si é rinnovato attraverso due momenti dall’alto valore spirituale e civile. La giornata ha avuto inizio con una solenne Celebrazione Eucaristica, successivamente in contrada Gasena, si é tenuta la solenne cerimonia di deposizione della corona d’alloro per onorare il sacrificio del beato Rosario Livatino.
Ma ricordare Livatino oggi significa soprattutto chiedersi cosa possa dire la sua storia a chi, nel 1990, non era ancora nato. Ed è proprio qui che assume un significato particolare il messaggio rivolto dalle istituzioni, in particolar modo dal prefetto Caccamo, alle nuove generazioni: “Bisogna investire sui giovani e far comprendere loro che lo Stato è presente, che non sono soli e che la legalità non può essere percepita come qualcosa di distante dalla vita quotidiana”.
Investire sui giovani significa prevenire. Significa arrivare prima che lo faccia la criminalità, prima che l’illegalità venga percepita come normale, prima che il silenzio diventi abitudine. Significa portare lo Stato nelle scuole non soltanto attraverso una lezione, ma attraverso esempi concreti, testimonianze e uomini delle istituzioni capaci di raccontare che scegliere da che parte stare può avere un peso enorme. È probabilmente questo uno dei modi più autentici per ricordare Rosario Livatino. Non solo il 21 settembre di ogni anno.
Il giudice Rosario Livatino. Nato a Canicattì il 3 ottobre 1952, Livatino entrò in magistratura giovanissimo. Dal 1979 lavorò alla Procura di Agrigento come sostituto procuratore e successivamente, dal 1989, come giudice della sezione penale del Tribunale. Si occupò di criminalità organizzata in anni particolarmente difficili per la provincia di Agrigento, segnata dallo scontro tra Cosa Nostra e la Stidda. Il suo lavoro riguardò anche uno dei punti più delicati per le organizzazioni mafiose: i patrimoni e gli interessi economici accumulati attraverso le attività criminali.
Non era un magistrato alla ricerca delle telecamere. La sua figura pubblica era quasi l’opposto dell’esposizione mediatica. Rigore, riservatezza, studio e una profonda convinzione religiosa accompagnavano il suo lavoro. Sulle sue agende comparivano spesso tre lettere: S.T.D., “Sub tutela Dei”, sotto la protezione di Dio.
Il suo assassinio fu deciso in un territorio attraversato da una violentissima guerra mafiosa. Livatino era considerato un magistrato incorruttibile e il suo lavoro aveva colpito direttamente gli interessi della criminalità organizzata. L’omicidio del 21 settembre 1990 trasformò quel giovane giudice siciliano in uno dei simboli della lotta alla mafia. Molti anni dopo sarebbe arrivato anche il riconoscimento della Chiesa: il 9 maggio 2021, nella Cattedrale di Agrigento, Rosario Livatino è stato proclamato Beato.
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