Dopo la crocifissione al Calvario allestito sulla scalinata della Cattedrale di Agrigento e la solenne Adorazione della Croce durante la liturgia della Passione, il simulacro del Cristo morto è stato deposto nell’urna settecentesca per la grande processione notturna a cui hanno preso parte tutti i confrati e le consorelle, i seminaristi, i Canonici del Capitolo Metropolitano, i presbiteri e i diaconi della città ed il popolo fedele. n un centro storico immerso nel silenzio, il cammino è stato scandito dal suono cadenzato delle bande musicali e dal canto corale de “Ah sì! Versate lacrime”. In piazza Pirandello a mezzanotte si è tenuto il tradizionale messaggio del Venerdì Santo, dell’arcivescovo Alessandro Damiano.
IL DISCORSO DELL’ARCIVESCOVO DI AGRIGENTO.
“Nel cuore del mistero pasquale, la sosta davanti a Cristo che per noi si è fatto «obbediente fino alla morte e a una morte di croce», ci impone — senza mezzi termini e in tutta la sua drammaticità — la domanda sul senso della vita. Se anche Dio muore, a che serve vivere? Se il giusto più innocente subisce l’ingiustizia più oltraggiosa, fino a dove si deve spingere la speranza? E se, per non perdere nessuno, alla fine si deve perdere se stessi, cosa resta a chi è disposto ad amare «fino alla fine». Il pensiero della morte come ultimo atto della vita, che vorremmo allontanare perché ci incomoda, è cruciale per imparare a vivere in pienezza, non nell’attesa che tutto finisca, ma nel desiderio che tutto si compia. Così si profilano due prospettive completamente diverse di fronte alla morte; e da quella che scegliamo di assumere dipende il valore della nostra vita, la dimensione della nostra speranza, la qualità del nostro amore. La morte può rappresentare — come generalmente accade — la semplice conclusione dell’esistenza, che giustifica tanti atteggiamenti di rassegnazione, disfattismo e disimpegno. Oppure può costituire il compimento della vita, che fonda l’ottimismo, motiva la responsabilità e sostiene l’azione. Si impone pertanto davanti a noi un’alternativa alla quale non possiamo sfuggire, nonostante le scappatoie che ci illudiamo di poter percorrere: se non ci lasciamo animare dalla tensione verso un fine da realizzare, siamo condannati a restare schiacciati sotto il peso del tempo che finisce”.
“La Pasqua cristiana compie ciò di cui quella ebraica era solo figura, perché in Cristo morto e risorto si realizza il disegno di un’umanità veramente nuova: un’umanità che non aspetta più soltanto di essere introdotta in una “terra promessa” da possedere in maniera esclusiva, in cui ogni bene è dovuto e ogni compromesso diventa lecito, ma che si impegna a costruire una “nuova Gerusalemme” da abitare in pienezza, nel segno del chicco di grano che, «se […] non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». Cristo ha riscattato la morte — la sua e la nostra — perché l’ha sottratta alla logica della sconfitta e le ha ridato il gusto della vittoria. Perché — come ci ha detto lui stesso — «chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». Perdere la vita per causa sua e del Vangelo non vuol dire accettare di morire, non avendo altra scelta. Vuol dire, al contrario, scegliere la via del bene pagato a caro prezzo e quella della giustizia difesa a tutti i costi, nella consapevolezza che questo conferisce dignità alla vita, ampiezza alla speranza, pienezza all’amore. E solo così possiamo diventare persone che vivono pienamente e che realmente danno la vita: una vita che, con la morte, non finisce, ma diventa eterna. Il Venerdì Santo consacrerebbe una sconfitta, se la Pasqua non sancisse una vittoria. E sulla certezza che la morte è stata vinta si fonda la nostra fede. Non dimentichiamolo! Ma non basta che il Venerdì Santo si compia nella Pasqua. È necessario che la Pasqua si compia nella Pentecoste, perché solo nella forza dello Spirito possiamo entrare nella dimensione della risurrezione, che ci rende creature nuove. Solo nella forza dello Spirito «ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio».
“Gesù lo dice dopo che il notabile ricco, perfetto conoscitore e fedele osservante della legge, se ne va triste, perché chi è troppo pieno di sé e troppo attaccato alle sue cose, per quanto apparentemente onesto, è ancora fuori del regno di Dio. Al contrario, solo chi il regno lo accoglie come un bambino, e dunque con la consapevolezza che tutto gli è donato e nulla può pretendere, può entrarvi pienamente. E la Pasqua che si compie nella Pentecoste, mediante il dono dello Spirito che ci comunica la vita del Risorto, ci restituisce la libertà del cuore e la purezza dello sguardo, di cui i piccoli del Vangelo sono monito e profezia. Quest’anno, proprio il giorno di Pentecoste, saremo chiamati a rinnovare con il nostro voto le amministrazioni comunali della nostra città e di altri otto paesi della nostra Diocesi: Camastra, Cammarata, Casteltermini, Raffadali, Ribera, Sambuca di Sicilia, Siculiana e Villafranca Sicula. Davanti a Cristo, che muore per introdurci nella vita, sento il dovere di rivolgere un appello a tutti i battezzati e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, perché il mistero pasquale che stiamo celebrando porti frutti buoni nella concretezza della nostra convivenza comunitaria e nell’esercizio delle nostre funzioni democratiche, traducendosi in un servizio coerente con le esigenze dell’umanità e le istanze del Vangelo. Ai candidati, che a nome di tutti ringrazio per il coraggio di scendere in campo, vorrei ricordare che la politica — secondo il magistero sociale della Chiesa — è la «forma più alta della carità» e deve esserlo soprattutto in questi tempi, segnati da incertezze culturali e valoriali, sociali e istituzionali, economiche e occupazionali. L’esempio di Giorgio La Pira, detto «sindaco santo» e dichiarato venerabile da Papa Francesco, ci invita a non ridurre la città a un insieme di strutture amministrative, ma a farne una «comunità di destino», ossia una casa in cui chiunque — e soprattutto i più fragili e indifesi — possono trovare accoglienza e dignità, mezzi di sussistenza e condizioni di pace. E, riguardo alla politica, ci insegna a farne una «costruzione quotidiana di fraternità concreta», svincolata da qualsiasi freddo interesse e da ogni egoistico tornaconto. Agli elettori, che esorto a manifestare liberamente e coscienziosamente la propria volontà nella scelta dei propri rappresentati, vorrei ricordare il dovere di «iscrivere la legge divina nella vita della città terrena». Non basta limitarsi alla denuncia, soprattutto quando rischia di scadere nella polemica sterile e nell’offesa gratuita, ma occorre far sentire la propria voce attraverso una reale democrazia partecipata, richiedendo alle amministrazioni civiche e alle forze politiche luoghi di incontro in cui si costruisce insieme, senza abdicare alla propria responsabilità e senza demandarla a quella altrui”.
“Don Luigi Sturzo, siciliano come noi, nel suo celebre “Appello ai liberi e forti” ha indicato come fondamento
dell’impegno pubblico appunto la responsabilità personale, al fine di valorizzare e integrare tutte le energie della società civile, contro ogni tentativo di soffocarle e contro ogni rinuncia a metterle in gioco. A tutti — nel doveroso rispetto delle reciproche competenze — vorrei ricordare che ci sono impegni prioritari che non possono non entrare nel quadro dei programmi delle amministrazioni civiche e dei gruppi politici. Innanzitutto quelli che riguardano la gente tuttora priva dell’essenziale: la salute, il cibo, l’acqua, la casa, il lavoro, l’accesso alla cultura, la partecipazione alla vita sociale. Non si possono poi trascurare le situazioni degli emarginati, che il nostro sistema di vita ignora o addirittura — per inaccettabili logiche di profitto — coltiva: dagli anziani ai diversamente abili, da quanti vivono un qualsiasi disagio sociale a quanti restano vittime di dipendenze vecchie e nuove, dai dimessi dalle carceri e dagli ospedali psichiatrici ai fratelli ancora detenuti o ancora ricoverati. Né si devono tralasciare gli aneliti radicati nelle potenzialità nostro territorio e insiti nei sogni dei nostri giovani, ma anche in quelli dei meno giovani: lo sviluppo e il sostegno dell’imprenditoria, dell’agricoltura e dell’artigianato; la valorizzazione delle risorse paesaggistiche e culturali; la pulizia, il decoro e la fruibilità delle nostre città e delle nostre infrastrutture. L’assunzione di queste urgenze — e di quelle che la fantasia di ciascuno saprà ispirare — potrà tanto più diventare una reale occasione di vita nuova, quanto più permetteremo allo Spirito del Risorto di illuminare e orientare le nostre coscienze, nella ricerca del bene comune, nel rinnegamento della mentalità mafiosa e nel consolidamento di un’autentica amicizia sociale. Tutto questo chiedo al Signore per la nostra terra e per la nostra Chiesa, confidando nell’intercessione di Maria, Madre del dolore e della speranza, fedele al suo “Sì” dalla casa di Nazareth alla croce del Golgota. In noi, come in lei, la Parola di vita eterna si faccia carne e diventi promessa e compimento di vita nuova”.
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