Titolo: Superstizioni religiose nella Favara dell’800
Data: 13/07/2008
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Fonte: www.siciliatv.org
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News inserita da: Arch. Carmelo Antinoro


News: foto Nel 1868 Favara contava quasi 15.000 abitanti; era un paese bruttino e sudicio (da allora ad oggi non è migliorato di molto), con un popolo viziato, assai proclive al furto e al sangue. La maggioranza dei preti erano ignoranti; pochissimi erano istruiti alla “stravecchia” maniera. Solamente la scuola, l’istruzione del popolo, era in grado di fare guerra a costoro e la vittoria era sicura, ma purtroppo si faceva avanti a passi di formica ed era questione di tempo.
Il cronista che ha scritto questo articolo ha sentito predicare i “parrini”, il più delle volte in modo strano e dannoso, ad un popolo quasi tutto di zolfatai e villani, analfabeti, che non dubitavano mai e credevano anche troppo. Ascoltando una predica il cronista ha rammentato di aver letto di un contadino “tondo tondo” che, per sposarsi andò dal parroco, il quale, come da rito, su due piedi gli fece un estemporaneo esame di catechismo.
il parroco - Dimmi Peppi, ci cridi tu a Diu?
Peppe – Sissignuri.
il parroco – E a Gesù Cristu, so figliu unicu signori nostru?
Peppe – Sissignuri.
il parroco – E ò Spiritu Santu?
Peppe – Sissignuri.
il parroco – E all’Incarnazioni e morti dù Sarvaturi?
Peppe – Sissignuri. … sintissi, un si confunnissi a farimi tanti dumanni: i sugnu tantu minchiuni ca cridu a ogni cosa.
E così potevano dire gli altri: e il predicatore inveiva contro gli increduli.
Grande era la frequenza dei sacramenti della confessione soprattutto nelle femmine, tutte rosari e canzoncine alla “bedda Matri”. Avvolte nelle loro mantelline, quelle poverette si recavano in chiesa recitando per strada “Ave Marie” e parlando e piangendo ai santi e alle madonne dipinte e di legno come a persone vive.
Le penitenze spesso imposte dai confessori erano di “strascinare” la lingua sul pavimento, di far digiuni, ma molte volte di far celebrare messe in espiazione di colpe commesse. Resta ben inteso che tali messe andavano a beneficio dei confessori che ne intascavano l’obolo del popolazzo.
Le superstizioni erano proprio medievali. Per esempio la cosiddetta pace, per cui i fedeli si flagellavano o camminavano con le ginocchia dalla porta d’ingresso della chiesa all’altare maggiore dove stava un Crocifisso ligneo, baciato il quale tornavano al loro posto; così pure i burattini imbottiti di stoppia che figuravano la Maddalena, san Giovanni, etc. nel sepolcro del Giovedì Santo che esponevano alla venerazione dei credentoni; così pure la cerimonia del famoso incontro per la domenica di Pasqua tra la Madonna e Cristo risorto: al vederli col correre, alzare le braccia, piegare le ginocchia, afferrarsi alla vita, abbracciarsi tra una tempesta di voci, di grida di gioia e lacrime di consolazione.
C’era proprio da stralunare.
Un’altra devozione consisteva nel toccare il pavimento della chiesa e portarsi la mano in bocca, precisamente come i pagani. Fra gli strani spettacoli le processioni della “bedda Matri” Immacolata e Addolorata erano le principali. Nella prima i devoti, soprattutto le donne, si recavano a piedi scalzi a pregare alla madrice dietro l’immagine, né più, né meno di quello che facevano le stolatae matronae romanae. Posata in chiesa la Madonna, incominciava un baccano del diavolo col grido: viva la “bedda Matri”; uno spiccar salti ed agitare le mani degli uomini, un toccare la statua, un gemere, un piangere delle donne infervorate.
Non meno strano era lo spettacolo delle novene e dei venerdì di marzo, quando accesi i lumi alle immagini per le vie, quelle donnicciole sudice, “scarmigliate”, accovacciate a terra in qualche vicolaccio gridavano rosari e giaculatorie e cantavano litanie. Ma lo spettacolo più strano e singolare per il cronista è stata una predica, o meglio una commedia dell’inferno, recitata gli ultimi giorni della quaresima nella madrice. Prima delle 4,30 facevano gli esercizi col solito palco, dove, alla fioca luce che penetrava dalle socchiuse finestre si vedevano alcune centinaia di “picciuttedde” e di femmine grandette e un centinaio di uomini. Il predicatore a gran voce urlava parole terribili e spirando fuoco e fiamme, dipingeva l’inferno a colori vivi. Ad un tratto, mutato il tono della voce, interrotta la predica nel più bello, cominciò ad intonare, tra il funereo e il grottesco, un ritornello sull’inferno. Finita la canzone si levò un pianto, un urlare, un raccomandarsi di quelle povere donne. Era un pietoso spettacolo. Il parroco ripigliava la predica e poi il canto da capo. Il cronista disse fra se: Ma che commedia è questa? La baracca pare sia per cascare, se i “parrini” per sostenerla ricorrono a questi “amminicoli”. Facevano compassione quelle poverette che non di rado, pativano la fame e il loro cibo, se pure si sfamavano, era solo di erbe, finocchi, carrube, principalmente fave cotte, qualche volta un po’ di pasta “saliata”. Dormivano alla rinfusa in una stamberga padre, madre e figli, eppure si maceravano per il timore dell’inferno che quel parabolaro di parroco metteva nei loro cuori.
La religione per quelle poverette era proprio quella di cui parlava Lucrezio, che orribile e tremenda faceva capolino dal cielo a spaventare i poveri mortali. Ma cosa c’era in comune fra questa e quella del Vangelo, dolce, pietosa, benigna, di carità e perdono?. Ma Dio veramente grande, Dio veramente buono dov’era in tutte queste scempiaggini? Era questa quella religione che il divino Redentore venne a innestare sulla terra, davanti a cui chinarono il capo i più grandi colossi della umana sapienza? Questa era la religione che ispirò a Klopstok il misterioso poema ed all’Alighieri i sublimi canti del suo paradiso. Questa non era religione ma impostura, belluria, ipocrisia.
(tratto da un articolo del Giornale favarese “Il progresso effettivo n. 36 del 16 maggio 1868)
Nella foto Antonino Salvaggio (1792-1875), arciprete di Favara dal 1830 al 1875.
Carmelo Antinoro www.favara.biz geneo storia favara



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